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Le polveri sottili sono un rischio anche per la fertilità

I dati diffusi sull’inquinamento a Milano “sono allarmanti, perché le polveri sottili rappresentano una delle cause principali dell’infertilità sia maschile sia femminile, in un Paese come l’Italia caratterizzato tra l’altro da una forte denatalità”. Lo afferma Ermanno Greco, Presidente della Società Italiana della Riproduzione (S.I.d.R.), commentando i dati diffusi da IQAir che indicano la città tra le più inquinate al mondo, con una concentrazione di PM2.5 di 29,7 volte il valore guida annuale fissato dall’Oms e una qualità dell’aria molto scarsa su tutta la Pianura Padana.

“La lotta all’inquinamento è fondamentale se vogliamo garantire alle prossime generazioni nuove prospettive di crescita e una vita sana e prospera – prosegue Greco – essenziale seguire un’attenta prevenzione, considerato che l’inquinamento determina anche altre disfunzioni, con danni all’apparato cardiovascolare, patologie dell’apparato respiratorio e a livello andrologico”.   Per quanto riguarda la fertilità, “non esiste più alcuna prevenzione per gli uomini e spesso gli accertamenti sulla riserva ovarica femminile non sono la routine, ma vengono effettuati solo quando la coppia ha problemi – precisa-. Le tecniche di Procreazione medicalmente assistita (Pma) – osserva Greco al riguardo – oggi sono molto efficaci, soprattutto se associate alla diagnosi genetica preimpianto. Attualmente, in Italia la fecondazione in vitro contribuisce al 3% circa delle nascite, vale a dire circa 11mila nati, mentre nel mondo sono nati più di 5 milioni di bambini. Le Pma sono passate da 90mila a 110mila, come emerge dalla Relazione al Parlamento sulla PMA 2023 sull’attuazione della Legge 40 del 2004. Migliorare la qualità dell’ambiente in cui viviamo, pertanto, è un primo importante passo per tutelare la nostra salute”, conclude Greco.

Attività fisica regolare fa bene più a lei, stessi benefici con meno sforzo

Sudare in palestra con costanza e regolarità ripaga degli sforzi più le donne che gli uomini. In termini di benefici per la salute, infatti, è lei a trarre il vantaggio maggiore dall’esercizio fisico. E’ quanto emerge da uno studio osservazionale supportato dai National Institutes of Health (Nih) statunitensi, che svela un ‘gender gap’ nei frutti della fatica fisica, stavolta tutto a favore delle quote rosa. E non è un ‘premio’ da poco: a parità di movimento, con la stessa regolarità, il rischio di morte prematura o di eventi cardiovascolari fatali è significativamente più basso per le donne rispetto agli uomini, anche quando le donne fanno meno sforzo. I risultati – pubblicati sul ‘Journal of the American College of Cardiology’ – si basano su un’analisi prospettica dei dati di oltre 400mila adulti statunitensi di età compresa tra 27 e 61 anni, da cui è emerso nell’arco di 2 decenni che le donne ‘sportive’ avevano il 24% in meno di probabilità rispetto a chi non faceva esercizio fisico di sperimentare morte per qualsiasi causa, mentre gli uomini avevano il 15% di probabilità in meno. Le donne avevano anche un rischio ridotto del 36% di infarto, ictus o altri eventi cardiovascolari fatali, mentre gli uomini avevano un rischio ridotto del 14%. “Ci auguriamo che questo studio aiuti tutti, in particolare le donne, a capire che sono predisposte a ottenere enormi benefici dall’esercizio fisico – evidenzia Susan Cheng, cardiologa esperta di salute cardiovascolare femminile, Smidt Heart Institute al Cedars-Sinai, Los Angeles – E’ un modo incredibilmente potente per vivere più sano e più a lungo. Le donne in media tendono a fare meno esercizio degli uomini e si spera che questi dati ispirino un numero maggiore di loro ad aggiungere ulteriore movimento alle loro vite”.

I ricercatori hanno trovato un collegamento tra le donne che sperimentano una maggiore riduzione del rischio di morte e tutti i tipi di esercizio: un’attività aerobica moderata, come la camminata veloce; un esercizio fisico vigoroso, come prendere lezioni di spinning o saltare la corda; l’allenamento per la forza. Nel dettaglio, si è scoperto che per un’attività fisica aerobica moderata il rischio ridotto di morte si stabilizzava sia per gli uomini che per le donne a 300 minuti, o 5 ore, a settimana. A questo livello di attività le donne e gli uomini hanno abbattuto il rischio di morte prematura rispettivamente del 24% e del 18%. Tendenze simili sono state osservate con 110 minuti di vigoroso esercizio aerobico settimanale, correlato a una riduzione del rischio di morte del 24% per le donne e del 19% per gli uomini. Un altro elemento che viene evidenziato dagli scienziati è che le donne hanno ottenuto gli stessi benefici degli uomini, ma in tempi più brevi. Per l’esercizio aerobico moderato, hanno raggiunto quota -18% nel livello di rischio nella metà del tempo necessario per gli uomini: 140 minuti o meno di 2,5 ore a settimana, rispetto ai 300 minuti per gli uomini. Con un vigoroso esercizio aerobico, le donne hanno raggiunto una riduzione del rischio del 19% con soli 57 minuti a settimana, rispetto ai 110 minuti necessari agli uomini. Questo vantaggio si applicava anche agli esercizi settimanali di allenamento della forza. Le donne e gli uomini che hanno partecipato a questo tipo di esercizi avevano un rischio di morte ridotto rispettivamente del 19% e dell’11% rispetto a chi non li faceva. Le donne che hanno svolto allenamenti di forza hanno riscontrato una riduzione ancora maggiore del rischio di decessi legati a cause cardiovascolari: un rischio ridotto del 30%, rispetto all’11% per gli uomini.

Nonostante tutti i benefici per la salute derivanti dall’esercizio fisico per entrambi i gruppi, tuttavia, solo il 33% delle donne e il 43% degli uomini nello studio hanno soddisfatto lo standard per l’esercizio aerobico settimanale, e solo il 20% delle donne e il 28% degli uomini hanno completato una sessione settimanale di allenamento per la forza. “Anche una quantità limitata di esercizio fisico regolare può fornire grandi benefici, e questo è particolarmente vero per le donne”, puntualizza Cheng. “Prendersi regolarmente del tempo per fare esercizio, anche se si tratta solo di 20-30 minuti di esercizio intenso un paio di volte alla settimana, può offrire molto più guadagno di quanto si possa immaginare”. “Questo studio indica che non esiste un approccio unico per l’esercizio fisico – conclude Eric J. Shiroma, del National Heart, Lung, and Blood Institute (Nhkbi) – Le esigenze e gli obiettivi di attività fisica di una persona possono cambiare in base all’età, allo stato di salute e al programma, ma il valore di qualsiasi tipo di esercizio è inconfutabile”. Gli autori precisano che molteplici fattori, comprese le variazioni di anatomia e fisiologia, possono spiegare le differenze nei risultati tra i sessi. Ad esempio, gli uomini hanno spesso una maggiore capacità polmonare, un cuore più grande, una maggiore massa magra e una percentuale maggiore di fibre muscolari a contrazione rapida rispetto alle donne. Di conseguenza, le donne possono utilizzare ulteriori richieste respiratorie, metaboliche e di forza per eseguire lo stesso movimento e, a loro volta, ottenere maggiori benefici per la salute.

SIMA: in Italia 80mila morti l’anno per inquinamento atmosferico

L’Italia è il primo paese in Europa per morti attribuibili all’inquinamento atmosferico con circa 80mila decessi prematuri all’anno: “per combattere efficacemente lo smog che attanaglia le città occorre modificare le abitudini quotidiane della popolazione, partendo proprio dagli edifici privati”. Lo afferma in una nota la Società Italiana di Medicina Ambientale (Sima), commentando i dati sullo smog registrati a Milano e in tutta la pianura padana.

“Gli effetti diretti dell’inquinamento sulla salute umana interessano diversi apparati ed organi – spiega il presidente Sima, Alessandro Miani -. Le patologie dell’apparato cardiovascolare rappresentano la prima causa di morte in Italia (eventi coronarici e infarto miocardico acuto, 9.000 casi/anno – ictus cerebrali, 12.000 casi/anno), seguiti dalle patologie dell’apparato respiratorio (7.000 decessi prematuri/anno). Le polveri sottili e gli ossidi di azoto sono in grado di peggiorare lo stress ossidativo e innescare una risposta infiammatoria sistemica a livello dell’apparato vascolare, causando aterosclerosi e disfunzione endoteliale, una maggior aggregabilità delle piastrine esitando così in cardiopatia ischemica. Ma gli effetti infiammatori del particolato si esplicano anche sul polmone e sui neuroni per inalazione e attraversamento della barriera emato encefalica”. Per questo, “è imprescindibile e non più rimandabile agire in fretta per ridurre drasticamente le principali sorgenti emissive dell’inquinamento atmosferico – prosegue Miani -. Una delle principali cause di smog nel nostro Paese è rappresentata non dal comparto industriale o dalle autovetture private, ma dagli edifici privati, a partire dai riscaldamenti delle abitazioni: serve quindi modificare le abitudini quotidiane razionalizzando i consumi energetici, limitando gli orari di accensione degli impianti e abbassando le temperature in casa. Come Sima abbiamo proposto al Governo di mitigare gli effetti nocivi dello smog partendo dagli edifici urbani, attraverso incentivi volti a facilitare interventi di rivestimento di superfici murarie e vetrate con un coating fotocatalitico che ha dimostrato in studi scientifici di essere attivato da luce naturale a svolgere un’azione di scomposizione e riduzione degli inquinanti atmosferici”.

 

 

 

 

Italiani stressati e ansiosi, ma pochi si fanno aiutare

Per molti italiani affrontare la vita col sorriso è tutt’altro che scontato: stress, ansia e altre emozioni negative rappresentano la battaglia quotidiana di una parte importante del Bel Paese, che però spesso rinuncia a farsi aiutare per via dei costi. A rivelarlo è la nuova ricerca dell’Osservatorio Sanità di UniSalute, che insieme a Nomisma ha interrogato un campione rappresentativo della popolazione nazionale sui temi legati alla salute psicologica. Guardando all’anno appena trascorso, il 43% degli intervistati dichiara di aver faticato a mantenere il buon umore: uno su tre (33%) dice di aver avuto molti alti e bassi, e uno su dieci (10%) di essere stato prevalentemente giù di morale. Solo uno su tre afferma essere stato di buon umore la maggior parte del tempo (30%) o addirittura di umore eccellente (3%). Più nel dettaglio, lo stress sembra essere lo stato d’animo negativo più diffuso, con il 38% che dice di sentirsi stressato “spesso” (29%), o addirittura “regolarmente, quasi ogni giorno” (9%). A risultare più colpite sono le donne (43%) ma soprattutto i giovani: tra gli under 30, quasi uno su due (47%) dichiara di accusare stress spesso o regolarmente. Altri sintomi comuni sono la sensazione di essere nervosi e tesi – percepita dal 32% delle persone, con picchi del 36% e del 40% tra donne e giovani – e uno stato di ansia eccessiva, che colpisce il 27% del campione totale, ma ben il 32% delle donne e il 34% degli under 30.

Dal sondaggio emerge anche quali sono le cause di queste emozioni negative: lo stato di salute personale e dei propri cari risulta essere il principale motivo di preoccupazione (24%), seguito dall’organizzazione familiare (19%), dalla situazione economica (18%) e dai problemi legati al contesto lavorativo (15%). Per gestire i momenti difficili dal punto di vista emotivo e psicologico, le soluzioni “fai-da-te” – come i rimedi naturali o lo sport – sono le più utilizzate (27%), seguite dai consigli del farmacista (17%) e del medico di base (16%). Solo il 12% ha optato per il supporto di uno psicologo o psicoterapeuta, nonostante il 62% degli italiani affermi che si rivolgerebbe a queste figure in caso di necessità, anche attraverso sedute da remoto e videoconsulti (25% preferirebbe questa modalità). UniSalute ha indagato allora le ragioni dietro a questo limitato ricorso a degli specialisti: molti intervistati pensano sia meglio aspettare che il momento difficile passi da solo (38%), oppure che il proprio caso non sia abbastanza serio (27%). Pesano però anche considerazioni economiche: il 28% di chi non è ricorso a uno psicologo o psicoterapeuta, pur avendo avuto delle difficoltà, dice di non averlo fatto per i costi troppo onerosi. Gli italiani sembrano comunque consapevoli dell’importanza della salute psicologica: indicano lo stress come il fattore che più di ogni altro – insieme allo stile di vita – ha il maggiore impatto sul loro attuale stato psico-fisico (34%), e quasi due su tre (64%) ritengono che uno stato emotivo e mentale equilibrato sia fondamentale per una buona salute.

Dalla corsa allo yoga, lo sport funziona come antidepressivo

L’attività fisica rinforza non solo il fisico ma anche l’umore con effetti antidepressivi tangibili: uno studio sul British Medical Journal, infatti, mostra che camminare o correre, praticare yoga sono le attività più efficaci per alleviare la depressione, sia da soli che insieme a trattamenti consolidati come la psicoterapia e i farmaci. Lo studio è stato condotto in Australia da Michael Noetel della University of Queensland. È anche emerso che più intensa è l’attività, maggiori sono i benefici sull’umore. Secondo gli autori queste forme di esercizio “potrebbero essere considerate insieme alla psicoterapia e ai farmaci come trattamenti fondamentali per la depressione”.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, oltre 300 milioni di persone nel mondo soffrono di depressione. Il movimento è spesso consigliato insieme alla psicoterapia e ai farmaci, ma le linee guida per il trattamento non sono chiare su come prescrivere l’esercizio fisico. Gli esperti hanno analizzato dati relativi a 14.170 partecipanti con depressione, considerando il tipo, l’intensità e la frequenza di ciascuna forma di intervento di esercizio. Hanno riscontrato che vi sono ampie riduzioni della depressione con la danza e riduzioni moderate se si praticano camminata o corsa, yoga, esercizi aerobici misti e tai chi o qigong. Sono emersi effetti clinicamente significativi quando l’attività fisica era combinata con gli antidepressivi o quando l’esercizio aerobico era combinato con la psicoterapia. Camminare o correre sono efficaci per entrambi i sessi, mentre lo yoga o il qigong sono più efficaci per gli uomini. Lo yoga è anche più efficace tra i più anziani, mentre l’allenamento muscolare è stato più efficace tra i giovani. Gli effetti sono stati simili per l’esercizio individuale e di gruppo, ma di certo anche l’interazione sociale e il fatto di praticare sport in spazi verdi potrebbero spiegare gli effetti positivi dello sport. “I nostri risultati supportano l’inclusione dell’esercizio nelle linee guida cliniche per la depressione, in particolare l’esercizio di intensità vigorosa – dicono. “I sistemi sanitari potrebbero fornire questi trattamenti come alternative o adiuvanti ad altri interventi consolidati, attenuando anche i rischi per la salute fisica associati alla depressione”.

Colangiocarcinoma, in Italia +20% di casi al sud rispetto al nord. L’associazione pazienti APIC: “Malattia in crescita ma poco conosciuta”

15 febbraio 2024 – In Italia i tumori delle vie biliari colpiscono il 20% in più al Sud rispetto al Nord. A differenza di quasi tutte le altre neoplasie gastroenteriche, nel Mezzogiorno si registrano un +18% di casi tra la popolazione maschile e un +23% in quella femminile. Per quanto siano delle malattie oncologiche rare interessano complessivamente più di 12mila persone solo nel nostro Paese. È quanto emerso durante il convegno nazionale “Colangiocarcinoma: nuove prospettive” che si svolge oggi presso il Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS a Roma. L’evento è promosso dall’APIC (Associazione Pazienti Italiani Colangiocarcinoma) in occasione della Giornata Mondiale dedicata a questa neoplasia. Vede la partecipazione di rappresentanti dei clinici, dei malati e delle istituzioni.

“È una malattia ancora misconosciuta nonostante risulti in aumento nel nostro Paese – afferma Paolo Leonardi, Presidente dell’APIC. Uno dei principali problemi che riscontriamo è, infatti, l’accesso ad informazioni sicure e certificate da parte di pazienti, familiari e caregiver. Per questo promuoviamo eventi come il convegno di oggi perché una maggiore consapevolezza, da parte di tutti gli attori coinvolti, è il primo passo per contenere una patologia molto complessa”. “Il colangiocarcinoma o tumore delle vie biliari origina nei dotti in cui è trasportata la bile dal fegato all’intestino – sottolinea Giampaolo Tortora, Direttore del Comprehensive Cancer Center di Fondazione Policlinico Gemelli IRCCS e Ordinario di Oncologia all’Università Cattolica. Le differenze d’incidenza tra il Nord e il Sud del Paese potrebbero essere in parte spiegate attraverso un fattore di rischio come l’obesità. Il grave eccesso di peso in Italia presenta tassi più alti tra la popolazione, sia adulta che pediatrica, in diverse Regioni meridionali. La neoplasia colpisce soprattutto uomini e donne d’età compresa tra i 50 e gli 80 anni. Nella maggioranza dei casi si presenta all’improvviso in assenza di fattori di rischio o di condizioni pretumorali. Perciò una diagnosi su quattro avviene in modo del tutto casuale attraverso esami o accertamenti svolti per altri motivi di salute. Siamo quindi costretti spesso ad interventi terapeutici sulla malattia in stadio avanzato. Ciò spiega come mai le percentuali di sopravvivenza a cinque anni, per gli uomini e le donne, si attestano rispettivamente solo al 17% e al 15%”. “Sono dati decisamente più bassi rispetto a quelli ottenuti in altre patologie oncologiche – prosegue Lorenza Rimassa, Professore Associato di Oncologia Medica presso Humanitas University e IRCCS Humanitas Research Hospital di Rozzano (Milano) -. La chirurgia è uno dei trattamenti più utilizzati anche se dopo l’intervento chirurgico in circa il 60% dei casi la neoplasia tende a ripresentarsi. Inoltre, il tumore risponde poco alla radioterapia e alla chemioterapia, che offre comunque dei benefici sia per i pazienti operati sia per i pazienti con malattia non operabile o recidivata. Le novità degli ultimissimi anni sono però l’immunoterapia che, somministrata insieme alla chemioterapia, ha dimostrato di aumentare significativamente la sopravvivenza globale e libera da malattia e il tasso di risposta obiettiva, e le terapie a bersaglio molecolare che permettono di agire selettivamente su specifici bersagli presenti sulle cellule tumorali. Per questo è oggi fondamentale che ai pazienti con colangiocarcinoma sia offerta la possibilità di una profilazione molecolare della neoplasia, in modo da individuare la presenza di alterazioni che possono essere bersagli di farmaci mirati”. “Sono dei segnali incoraggianti per noi pazienti anche se molta strada resta da percorrere – conclude il Presidente Leonardi -. C’è bisogno di un maggiore impegno per individuare nuovi strumenti diagnostico-terapeutici in grado di migliorare ulteriormente la sopravvivenza verso questo tumore gastro-enterico. In particolare, è necessario offrire a tutti i pazienti test di profilazione molecolare e infine devono essere valutati da un team multidisciplinare esperto e dedicato”.

Cancro: l’incidenza tra gli obesi è maggiore a causa di alterazione molecole

Una relazione tra alcuni meccanismi molecolari presenti nella condizione dell’obesità e una maggiore incidenza di alcune patologie oncologiche come il tumore mammario: è quanto messo in evidenza da uno studio dell’Università della Calabria, realizzato nell’ambito del dipartimento di Farmacia e scienze della salute e della nutrizione. Allo studio ha dedicato la copertina, l’International JournaI of Cancer, autorevole rivista scientifiche della letteratura oncologica.

Il gruppo di ricerca, guidato da Sebastiano Andò, professore emerito di Patologia generale del dipartimento di Farmacia e scienze della Salute e della nutrizione, ha evidenziato come l’alterazione nei soggetti obesi dei livelli circolanti di ormoni e di alcune molecole (citochine pro-infiammatorie e adipochine del tessuto adiposo), determini un microambiente favorevole alla crescita tumorale. In tale contesto, l’attenzione dei ricercatori calabresi è stata rivolta alla diminuita produzione di una proteina secreta dal tessuto adiposo: l’adiponectina, la cui bassa concentrazione favorirebbe la progressione del 70% dei tumori mammari.

“Considerando come sino ad oggi siano ancora poche le evidenze scientifiche che correlano il ruolo delle adipochine circolanti alla insorgenza e progressione del cancro al seno – è scritto in una nota dell’Unical – la ricerca apre scenari inediti, consentendo lo sviluppo e l’adozione di nuove strategie terapeutiche”.

Attività fisica può ridurre il dolore in chi ha avuto un tumore

Le persone che hanno avuto il cancro spesso sperimentano dolore continuo, ma un nuovo studio rivela che essere fisicamente attivi può aiutare a ridurne l’intensità. La ricerca, guidata dall’American Cancer Society, è pubblicata sulla rivista Cancer.

Sebbene sia stato dimostrato che l’attività fisica riduce vari tipi di dolore, i suoi effetti sul dolore correlato al cancro non sono chiari. Per indagare su questo, il team di ricerca ha analizzato le informazioni relative a 51.439 adulti senza una storia di cancro e 10.651 con una diagnosi di neoplasia pregressa. Ai partecipanti è stato chiesto come valutassero in media il loro dolore, con risposte che andavano da 0 (nessun dolore) a 10 (il peggior dolore immaginabile) e se praticassero attività fisica abitualmente. Sulla base delle risposte dei partecipanti, la ricerca ha evidenziato che, per le persone che avevano avuto il cancro in passato e per quelle senza una storia di neoplasia, una maggiore attività fisica era collegata a una minore intensità del dolore. L’entità dell’associazione era simile per entrambi i gruppi studiati, cosa che indica che l’esercizio fisico può ridurre il dolore correlato al cancro proprio come fa per altri tipi di dolore studiati in passato. Le linee guida statunitensi raccomandano da 150 minuti (2 ore e 30 minuti) a 300 minuti (5 ore) a settimana di attività aerobica a intensità moderata, o da 75 minuti (1 ora e 15 minuti) a 150 minuti (2 ore e 30 minuti) a settimana di attività aerobica a intensità vigorosa.

Tra i partecipanti con una diagnosi di cancro in passato, quelli che superavano i termini fissati dalle linee guida avevano il 16% in meno di probabilità di riportare dolore da moderato a grave rispetto a quelli che non riuscivano a soddisfarli. Inoltre, rispetto alle persone rimaste inattive, coloro che erano costantemente attivi o lo sono diventati in età adulta hanno riferito meno dolore.

Meno prevenzione e mortalità tumori più alta, è divario Sud-Nord

Servizi di prevenzione e cura più carenti, minore spesa pubblica sanitaria, più lunghe distanze da percorrere per ricevere assistenza, soprattutto per le patologie più gravi: è sempre più ampio il divario sanitario tra Sud e Nord Italia, con il meridione che vede in generale peggiori condizioni sanitarie e mortalità per tumori più elevata. È quanto emerge dal report ‘Un Paese, due cure. I divari Nord-Sud nel diritto alla salute’, promosso da Svimez in collaborazione con Save the Children e presentato oggi. “Aumentare la spesa sanitaria – si legge nel rapporto – è la priorità nazionale.

Andrebbe inoltre corretto il metodo di riparto regionale del Fondo per tenere conto dei maggiori bisogni di cura nei territori a più elevato disagio socio-economico. L’autonomia differenziata, inoltre, rischia di ampliare le disuguaglianze nelle condizioni di accesso al diritto alla salute”.

La crescita della spesa sanitaria, rileva il report, si è arrestata dopo l’emergenza Covid, “con i divari territoriali che restano ampi”. In base alle recenti valutazioni del Crea (Centro per la ricerca economica applicata in sanità), sono il 6,1% le famiglie italiane in povertà sanitaria, perché hanno riscontrato difficoltà o hanno rinunciato a sostenere spese sanitarie. Nel Mezzogiorno la quota la povertà sanitaria riguarda l’8% dei nuclei familiari, una percentuale doppia rispetto al 4% del Nord-Est (5,9% al Nord-Ovest, 5% al Centro). Sempre nel meridione, la speranza di vita è minore al Sud di 1,5 anni: più alta anche la mortalità per tumore, pari al 9,6 per 10 mila abitanti per gli uomini rispetto a circa l’8 del Nord. equità del Ssn. “I dati del report – sottolinea il dg della Svimez Luca Bianchi – offrono la fotografia preoccupante di un divario di cura che si traduce in minori aspettative di vita e più alti tassi di mortalità per le patologie più gravi nelle regioni del Mezzogiorno. Rafforzare la dimensione universale del Sistema sanitario nazionale è la strada per rendere effettivo il diritto costituzionale alla salute”.

“La condizione di povertà familiare – afferma da parte sua Raffaela Milano, responsabile dei Programmi Italia – Europa di Save the Children – incide fortemente sui percorsi di prevenzione e sull’accesso alle cure da parte dei bambini. È necessario un impegno delle istituzioni a tutti i livelli per assicurare una rete di servizi di prevenzione e cura per l’infanzia e l’adolescenza all’altezza delle necessità, con un investimento mirato nelle aree più deprivate”.

 

Tumore al pancreas, ecco perché resiste alle terapie:

Il tumore al pancreas colpisce ogni anno circa 500 mila persone nel mondo. Pur essendo il 14esimo tumore come incidenza, ad oggi rappresenta la settima causa di morte per cancro. Infatti, la sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi è minore del 10 %, quasi unicamente ristretta ai pazienti che possono essere operati (circa il 20-30% del totale). Sono i numeri di una patologia killer che spesso lascia poche chance di guarigione. Sfugge alle terapie mettendo in atto un ‘rimescolamento genetico favorevole’, giocandosi così le sue carte migliori per eludere le cure.

Una buona notizia per i pazienti arriva da uno studio pubblicato oggi sulla rivista “Cell Reports Medicine”, coordinato da Claudio Sette, professore ordinario di Anatomia umana dell’Università Cattolica e direttore della “Organoids Facility” alla Fondazione Policlinico universitario Gemelli Irccs. Grazie ai ricercatori, infatti, è stato scoperto uno dei meccanismi di resistenza alle terapie da parte del tumore del pancreas. “Abbiamo scoperto un meccanismo basato sulla regolazione degli Rna messaggeri che contribuisce alla resistenza alla chemioterapia – spiega Sette – esistono già dei farmaci a Rna, usati con altre indicazioni mediche, per contrastare questo tipo di regolazione, che potrebbero dunque essere sviluppati anche come agenti antitumorali con test ad hoc sui pazienti resistenti”.

Quando il codice genetico viene trascritto in Rna per poi procedere alla sintesi proteica – emerge dallo studio – può avvenire quello che si chiama “splicing alternativo”, ovvero dallo stesso gene si possono produrre trascritti diversi a seconda delle ‘carte genetiche’ (esoni, ovvero la parte del gene codificante per gli amminoacidi delle proteine) che vengono scelte ‘per essere giocate’. Lo splicing quindi porta a produrre proteine diverse che svolgono ruoli diversi, attraverso l’assortimento alternativo di esoni presenti nel gene di partenza. Lo splicing è generalmente alterato nei tumori, compreso quello del pancreas.

“Paragonando tumori pancreatici di sottotipi diversi – sottolinea Sette – abbiamo visto che la neoplasia resistente alle cure si associa a una regolazione dello splicing ben precisa, che porta appunto alla sintesi di proteine associate alla chemioresistenza. Il nostro studio, finanziato dall’Associazione italiana per la ricerca sul cancro, ha anche identificato un regolatore dello splicing, chiamato ‘Quaking’, che è espresso nei tumori del pancreas più aggressivi e che con la sua azione promuove la sintesi delle proteine che innescano la chemioresistenza”.

Attualmente – evidenziano i ricercatori – sono già esistenti farmaci regolatori dallo splicing che potrebbero dunque essere impiegati anche per questo tumore. Ci sono anche terapie specifiche per singoli eventi di splicing, come il farmaco nusinersen usato nella atrofia muscolare spinale. “La nostra scoperta apre dunque a nuove possibilità di cura per una tipologia di tumore che generalmente non risponde alle terapie esistenti”, conclude Sette.