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Con una dieta sana il rischio di morte prematura ridotto del 30%

11 giugno 2024 – Con una dieta sana e sostenibile si riduce del 30% il rischio di morte prematura oltre all’impatto ambientale (-29% emissioni di gas serra e -51% utilizzo del suolo). Lo rivela uno studio pubblicato sull’American Journal of Clinical Nutrition e condotto da esperti della Harvard T.H. Chan School of Public Health di Boston, il primo a valutare direttamente gli effetti dell’aderenza alle raccomandazioni del rapporto EAT-Lancet del 2019, che propone un modello alimentare basato su una varietà di alimenti vegetali minimamente lavorati e un consumo moderato di carne e latticini, la cosiddetta Dieta della Salute Planetaria (PHD).

“Il cambiamento climatico sta mettendo il nostro pianeta sulla strada del disastro ecologico, e il nostro sistema alimentare gioca un ruolo fondamentale” – spiega l’autore Walter Willett. “Cambiare il modo in cui mangiamo può aiutare a rallentare il cambiamento climatico. E ciò che è più salutare per il pianeta è anche più salutare per gli esseri umani”. I ricercatori hanno utilizzato dati sulla salute di oltre 200mila individui sani all’inizio dello studio, che hanno completato questionari alimentari ogni quattro anni per un massimo di 34 anni. Le diete dei partecipanti sono state valutate in base all’assunzione di 15 gruppi alimentari, tra cui cereali integrali, verdure, pollame e noci, per quantificare l’aderenza alla Dieta della Salute Planetaria. Lo studio ha rilevato che il rischio di morte prematura era inferiore del 30% tra i partecipanti più fedeli alla Phd rispetto a quelli meno aderenti. La Dieta della Salute Planetaria riduce il rischio di morte per cancro, malattie cardiache e malattie polmonari. Riduce anche l’impatto ambientale: essere fedeli alla dieta si traduce in un 29% in meno di emissioni di gas serra, nel 21% in meno di uso di fertilizzanti e nel 51% in meno di uso di terreni agricoli. “I risultati mostrano quanto siano legate la salute umana e quella del pianeta. Mangiare in modo salutare aumenta la sostenibilità ambientale, che a sua volta è essenziale per la salute e il benessere di ogni persona sulla terra”, conclude Willett.

Covid, per FDA serve un nuovo vaccino contro la variante JN.1

10 giugno 2024 – Il comitato di esperti della Food and Drug Administration ha votato a favore di una nuova formulazione del vaccino anti Covid che miri a proteggere contro la mutazione JN.1. E’ stato unanime il voto degli esperti, che dovrà essere confermato dall’unanimità dai componenti della Fda. Per la terza volta dunque dal 2022 la vaccinazione anti Covid verra’ aggiornata: l’ultima versione era progettata contro la variante XBB.1.5.

Il vaccino per la stagione 2024-25 dovrebbe essere disponibile a inizio autunno negli Stati Uniti, in una formulazione monovalente. Al momento però JN.1 non è più la mutazione predominante negli Stati Uniti, mentre sono in continuo aumento sono le sotto-varianti KP.2 e KP.3. I produttori dei vaccini hanno però fatto sapere alla Fda che un nuovo vaccino contro la variante JN.1 appare funzionare anche contro altre mutazioni provenienti dalla stessa variante ‘madre’. Un rappresentante di Moderna – riportano i media Usa – ha detto al comitato che “gli ultimi dati suggeriscono che il vaccino contro JN.1 proteggerebbe anche KP.2, KP.3 “. “E’ che molto difficile prevedere in che direzione andra’ il virus ma, dovendo scegliere, puntare su JN.1 appare l’opzione appropriata”, ha commentato, Sarah Meyer, membro del comitato della Fda dopo il voto.

Studio: social media utili per prevenzione e diagnosi precoce

6 giugno 2024 – I social media possono diventare un mezzo per promuovere la salute e la prevenzione: in alcuni casi i post su Instagram o i video su TikTok possono perfino aiutare a scoprire una malattia o un tumore. Lo dimostra uno studio pubblicato sulla rivista Acta Dermato-Venereologica da un team della Scuola di Specializzazione in Dermatologia e Venereologia dell’Università di Padova diretta da Anna Belloni Fortina.

La ricerca è stata condotta sottoponendo a un questionario online 852 persone tra i 19 e i 64 anni, con una età media di circa 27 anni, e per gran parte di sesso femminile (79%). La maggior parte dei partecipanti (quasi il 99%) risiedeva in Italia ed era equamente distribuita tra le regioni del Nord e del Sud; circa un terzo del campione era affetto da problemi dermatologici. Nove partecipanti su dieci hanno ritenuto utile la diffusione di contenuti dermatologici relativi alla salute a scopo preventivo attraverso i social media. Il 13% degli intervistati ha dichiarato di essersi sottoposto a una visita dermatologica dopo essere stato esposto a contenuti di prevenzione dermatologica sui social media; in questo sottogruppo, 25 soggetti hanno dichiarato di aver ricevuto una diagnosi di patologia dermatologica e due in particolare hanno specificato di aver ricevuto una diagnosi di cancro della pelle. Inoltre, il 14% dei soggetti ha dichiarato di volersi sottoporre a una visita dermatologica dopo essere stato esposto a contenuti di prevenzione sulle piattaforme sociali. La piattaforma più utilizzata è risultata essere Instagram, seguita da Facebook e TikTok. In particolare, Instagram appare come il social più ricco di contenuti relativi alla prevenzione delle malattie della pelle.

 

Covid, eccesso di mortalità rimasto alto per 3 anni

5, giugno 2024 – Volevano valutare l’efficacia della risposta alla crisi sanitaria innescata dalla pandemia di Covid-19 e hanno rilevato che, nonostante le misure di contenimento, nonostante l’arrivo e la disponibilità dei vaccini anti-Covid, l’eccesso di mortalità è rimasto elevato per 3 anni consecutivi in Occidente dall’inizio della pandemia. Per il gruppo di ricercatori che ha condotto l’analisi, basata sui dati di 47 Paesi, questo perdurare dei tassi di mortalità in eccesso ad alti livelli così a lungo dà luogo a “seri motivi di preoccupazione”. Il lavoro è pubblicato sulla rivista ‘Bmj Public Health’ e gli autori, esperti dell’Emma Children’s Hospital – Amsterdam Umc, Vrije Universiteit e del Princess Máxima Center for Pediatric Oncology di Utrecht, invitano i governi e i decisori politici a indagare a fondo sulle cause sottostanti.
L’analisi è stata focalizzata sull’eccesso di mortalità tra gennaio 2020 e dicembre 2022, quindi sul numero di persone morte per qualsiasi causa in misura superiore rispetto alla mortalità che normalmente ci si aspetterebbe in quel determinato periodo. I 47 Paesi presi in esame sono in Europa, Nord America, Australia e Nuova Zelanda. I ricercatori hanno applicato un metodo statistico chiamato modello di stima di Karlinsky e Kobak, che utilizza i dati storici di morte in un particolare Paese dal 2015 al 2019 e tiene conto delle variazioni stagionali e dei trend annuali dei decessi dovuti ai cambiamenti nella struttura della popolazione.

Il numero totale di morti in eccesso nei Paesi inclusi nell’analisi è stato di 3.098.456. Le morti in eccesso sono state segnalate da 41 Paesi (87%) nel 2020, da 42 (89%) nel 2021 e da 43 (91%) nel 2022. Nel 2020, anno in cui è iniziata la pandemia di Covid-19 e sono state attuate le misure di contenimento come lockdown, distanziamento sociale, chiusura delle scuole e quarantene, sono stati registrati 1.033.122 decessi in eccesso (11,5% in più rispetto al previsto). Nel 2021, anno in cui sia le misure anti-Covid che i vaccini sono stati utilizzati per frenare la diffusione del virus Sars-CoV-2, sono stati segnalati un totale di 1.256.942 decessi in eccesso (poco meno del 14% in più rispetto al previsto). E nel 2022, anno in cui la maggior parte delle misure di contenimento sono state revocate, ma la vaccinazione anti-Covid è stata continuata, i dati preliminari indicano che sono stati registrati 808.392 decessi in eccesso. La Groenlandia è stato l’unico Paese tra i 47 a non aver segnalato un eccesso di decessi tra il 2020 e il 2022. Tra gli altri, la differenza percentuale tra il numero di decessi documentati e quelli previsti è stata più alta nel 28% dei Paesi nel 2020, nel 46% nel 2021 e nel 26% nel 2022. Non è chiaro quanti di questi morti in eccesso riflettano l’impatto dell’infezione da Covid o gli effetti indiretti delle misure di contenimento e così via, affermano i ricercatori.

Yoga alleato dei pazienti oncologici contro fatigue e insonnia

4 giugno 2024 – Lo yoga alleato dei pazienti oncologici, e di coloro che sono stati colpiti da cancro e hanno superato la malattia, per combattere la fatigue correlata al cancro e disturbi come l’insonnia. L’efficacia di questa pratica è stata evidenziata in uno studio coordinato dall’Università di Rochester in Usa e presentato al congresso della American society of clinical oncology (Asco). L’affaticamento correlato al cancro o fatigue, spiegano gli autori dello studio, spesso si verifica in concomitanza con l’insonnia ed entrambi rappresentano effetti avversi invalidanti del cancro e del suo trattamento che possono persistere mesi e anni dopo il completamento delle terapie. Lo Yoga, e anche la terapia cognitivo comportamentale, affermano, “sono approcci promettenti per migliorare la fatigue e l’insonnia”. Lo studio ha considerato un campione di 550 pazienti oncologici, in maggioranza donne (93%) e affette da tumore al seno (75%). Il campione è stato diviso in tre gruppi: il primo ha ricevuto lezioni di yoga due volte a settimana, il secondo effettuava sedute di terapia cognitivo comportamentale una volta a settimana ed il terzo era trattato con un ‘placebo comportamentale’ (Asco raccomanda sedute di Educazione alla Sopravvivenza). Degli indici – il Brief Fatigue Inventory e l’Insomnia Severity Index – sono stati utilizzati per valutare la fatigue e l’insonnia, rispettivamente prima, a metà e dopo l’intervento. La conclusione degli autori è che sia lo yoga sia la terapia comportamentale migliorano efficacemente entrambi: si è evidenziata infatti una riduzione media del 37%-60% negli indici relativi a fatigue e insonnia. I medici, si legge nello studio, “dovrebbero prendere in considerazione l’indicazione di yoga e meditazione per chi è o è stato colpito da cancro e soffre di tali disturbi”.

In particolare, spiega il presidente dell’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom), Franco Perrone, “si è evidenziata una riduzione media del 60% nell’indicatore dell’insonnia e del 40% per la fatigue. Questi disturbi sono molto frequenti nei pazienti oncologici e hanno un impatto molto forte sulla qualità della vita. Questo studio dimostra la validità di un intervento non farmacologico come la pratica dello yoga: è una strategia che può essere messa in campo proprio per migliorare la qualità di vita dei pazienti”.

Studio: dieta mediterranea riduce il rischio mortalità per le donne

3 giugno 2024 – La dieta mediterranea riduce il rischio di mortalità nelle donne. L’ultima ricerca in ordine di tempo ad approfondire le qualità protettive del regime alimentare ‘vecchia conoscenza’ degli italiani e delle popolazioni di questa area del mondo è un lavoro pubblicato su ‘Jama Network Open’, che si concentra sull’universo femminile. La dieta mediterranea ha scandito i pasti di generazioni di centenari, è stata celebrata a livello internazionale come patrimonio dell’umanità e promossa dalla scienza. Ma il filone di studi che punta a mettere nero su bianco l’impatto benefico della dieta mediterranea sulla salute umana continua ancora oggi. Secondo gli autori dello studio pubblicato su ‘Jama Network Open’, “una maggiore aderenza alla dieta mediterranea si associa a una riduzione del rischio di mortalità per tutte le cause del 23%” nelle donne.

Condotto negli Usa, questo studio di coorte si basa su una popolazione di 25.315 partecipanti del Women’s Health Study, donne sane alla partenza dello studio – età media al basale di 54,6 anni – che avevano fornito campioni di sangue, misurazioni di biomarcatori e informazioni sulla dieta. I dati di base includevano dati demografici e un questionario validato sulla frequenza alimentare. Il periodo di raccolta dei dati è andato da aprile 1993 a gennaio 1996 e l’analisi dei dati ha avuto luogo da giugno 2018 a novembre 2023. Le donne sono state seguite per 25 anni. Il punteggio della dieta mediterranea è stato calcolato sulla base di 9 componenti dietetiche. L’analisi degli scienziati – esperti di diverse istituzioni, dal Brigham and Women’s Hospital, Harvard Medical School, all’Harvard TH Chan School of Public Health, a Boston, fino alle università di Uppsala in Svezia e l’Eth di Zurigo – si è concentrata su 33 biomarcatori ematici, (come valori di lipidi, infiammazione, resistenza all’insulina e metabolismo, e così via). La mortalità e le cause della morte sono state determinate dalla documentazione medica e dalla documentazione di morte.

Nel corso del follow-up si sono verificati 3.879 decessi. Rispetto alla bassa aderenza alla dieta mediterranea (punteggio 0-3), sono state osservate riduzioni del rischio di mortalità in chi aveva punteggi più elevati e quindi seguiva maggiormente i principi di questo regime alimentare. Una volta operati ulteriori aggiustamenti per fattori legati allo stile di vita, queste riduzioni sono rimaste statisticamente significative. I biomarcatori infiammatori erano fra quelli che hanno contribuito maggiormente al minor rischio di mortalità, seguiti dalle lipoproteine ricche in trigliceridi e dall’indice di massa corporea e resistenza all’insulina. L’associazione inversa tra maggiore aderenza alla dieta e minor rischio di mortalità (rischio che si riduce di un quinto) è stata dunque parzialmente spiegata da molteplici fattori cardiometabolici.

 

Tumori: salvate 6 milioni di vite in Europa dal 1988 a oggi

1 giugno 2024 – In Europa, dal 1988 a oggi, i progressi contro il cancro hanno salvato più di 6 milioni di vite (6.183.000). Negli Stati Uniti, in 30 anni (1991-2021), la mortalità oncologica è diminuita del 33% e sono stati oltre 4 milioni i decessi per tumore evitati. Risultati ottenuti grazie alla combinazione di più fattori: riduzione del fumo di sigaretta e maggiore attenzione agli stili di vita sani, più diagnosi precoci grazie agli screening, terapie sempre più efficaci e multidisciplinarietà. Un’attenzione alla cura dei pazienti a 360 gradi, che determina anche un costante incremento della prevalenza, cioè del numero di persone che vivono dopo la diagnosi di cancro. In Europa sono 23,7 milioni di cittadini (12,8 milioni donne e 10,9 milioni uomini), con un aumento del 41% in 10 anni (2010-2020). E il nostro Paese fa registrare nel Vecchio Continente il più alto numero di donne vive dopo la diagnosi in rapporto alla popolazione (6.338 casi per 100mila abitanti, pari a circa 1.939.000 cittadine).

“È la dimostrazione dell’eccellente livello del nostro sistema sanitario, che garantisce a tutti le terapie migliori – afferma Francesco Perrone, Presidente dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), nella conferenza stampa ufficiale della società scientifica al Congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), in corso a Chicago e dedicato proprio ai progressi della cura del cancro (‘The Art and Science of Cancer Care: From Comfort to Cure’) -. La prevalenza include persone in terapia, coloro che sono sotto sorveglianza per la prevenzione di eventuali recidive e i guariti, che non necessitano di ulteriori cure o controlli. Il dato italiano è rilevante, a cui vanno aggiunte le oltre 268mila vita salvate nel nostro Paese fra il 2007 e il 2019”. “Devono però essere affrontati aspetti organizzativi – continua il Presidente Perrone -, a partire dai tempi troppo lunghi per l’accesso all’innovazione. In Italia, i cittadini colpiti dal cancro attendono ancora 14 mesi per poter essere trattati con terapie innovative già approvate a livello europeo. Siamo pronti a collaborare con l’Agenzia Italiana del Farmaco per definire nuovi modelli per l’accesso precoce, subito dopo l’approvazione europea, a terapie davvero innovative in termini di miglioramento della sopravvivenza e della qualità di vita. Sono quei trattamenti che l’FDA, l’ente regolatorio americano, definisce ‘breakthrough’ e che rappresentano un importante valore aggiunto rispetto alle alternative terapeutiche disponibili”.

“In Italia diverse disposizioni regolano l’accesso precoce a farmaci già approvati dall’ente regolatorio europeo, prima del rimborso a carico del Servizio Sanitario Nazionale – spiega Massimo Di Maio, Presidente eletto AIOM -. Ma vanno integrate con norme che consentano di rendere disponibili le terapie innovative in termini molti più brevi rispetto agli attuali, al massimo entro tre mesi dall’approvazione europea. L’accesso immediato alle cure deve rientrare in una strategia unitaria contro il cancro che includa la diminuzione dell’incidenza e della mortalità, il miglioramento della qualità di vita dei pazienti e l’istituzione delle reti oncologiche regionali”.

I passi avanti nella cura del cancro sono stati ottenuti anche grazie alla multidisciplinarietà. “Il confronto fra diverse competenze consente la scelta delle migliori terapie per il paziente e di gestire tecnologie innovative come la biopsia liquida, un test sul sangue che permette di analizzare alcune caratteristiche delle cellule tumorali, ad esempio la presenza di mutazioni nel loro DNA – continua Massimo Di Maio -. Ad oggi, gli utilizzi della biopsia liquida, validati in pratica clinica, sono ancora limitati. Il primo impiego ha riguardato il tumore del polmone non a piccole cellule in stadio avanzato, per la valutazione dello stato mutazionale del gene EGFR, quindi come fattore predittivo di risposta alle terapie mirate, ma è prevedibile un aumento nel prossimo futuro. Le applicazioni cliniche emergenti di questa procedura riguardano soprattutto i tumori del colon-retto, della mammella, della prostata e il melanoma nella forma avanzata”.

Accanto alla disponibilità immediata delle terapie innovative, nel nostro Paese vanno rinforzati i programmi di screening. “Come evidenziato da uno studio pubblicato su ‘Annals of Oncology’ – afferma Saverio Cinieri, Presidente di Fondazione AIOM -, nel 2024 il tasso di mortalità per il carcinoma al colon-retto tra i giovani (25-49 anni) in Italia aumenterà dell’1,5% tra gli uomini e del 2,6% tra le donne rispetto al periodo 2015-2019. Invece nella fascia d’età compresa fra 50 e 69 anni, inclusa nell’attuale programma di screening colorettale, nel 2024 è prevista una diminuzione dei decessi del 15% negli uomini e del 16% nelle donne. L’anticipazione dell’età dello screening per questa neoplasia, quindi non più a partire dai 50 anni ma dai 45, consentirebbe di salvare più vite”. Anche negli Stati Uniti il tumore del colon-retto sta diventando sempre più diffuso negli under 50, alla fine degli anni Novanta era la quarta causa di morte per cancro sia negli uomini sia nelle donne più giovani, oggi è la prima negli uomini e la seconda nelle donne. “Le nuove raccomandazioni della U.S. Preventive Services Task Force (USPSTF), infatti, hanno abbassato l’età iniziale dello screening per cancro colorettale a 45 anni – sottolinea Saverio Cinieri -. Questo programma di prevenzione secondaria è in grado di individuare, oltre alla presenza di un tumore in persone asintomatiche, anche adenomi, cioè polipi, potenzialmente in grado di trasformarsi in cancro”.

Se la mortalità oncologica complessiva continua a calare, l’incidenza aumenta a livello globale e nei singoli Paesi. Nel mondo, nel 2022, sono stati 20 milioni i nuovi casi di cancro. In Italia, nel 2023, sono state stimate 395.000 nuove diagnosi, con un incremento, in tre anni, di 18.400 casi. Nel 2024, negli Stati Uniti, si prevede che supereranno per la prima volta i due milioni. “L’aumento del carico di malattia mette a rischio la sostenibilità dei sistemi sanitari, perché comporta un aumento della spesa per gli alti costi delle terapie innovative – conclude il Presidente Perrone -. È urgente rafforzare i programmi di prevenzione primaria e secondaria per ridurre il numero di malati, migliorare le possibilità di guarigione e offrire una buona qualità di vita, come evidenziato dallo ‘European’s Beating Cancer Plan’, cioè il Piano Oncologico Europeo”.

SIMA: “Fumo causa in Italia 93mila morti ogni anno”

31 maggio 2024 – Il fumo rappresenta ancora la più grande minaccia per la salute umana e provoca in modo diretto più decessi di alcol, droga, incidenti stradali, aids, omicidi e suicidi messi insieme. Lo afferma la Società Italiana di Medicina Ambientale (Sima) in occasione della Giornata mondiale senza tabacco.

“In Italia i decessi legati al fumo sono oltre 93.000 ogni anno, il 20,6% del totale di tutte le morti tra gli uomini e il 7,9% del totale di tutte le morti tra le donne. Il costo sociale e sanitario per la collettività determinato dal fumo è pari in Italia a oltre 26 miliardi di euro ogni anno. – afferma il presidente Sima, Alessandro Miani – La vera emergenza attuale, come certificato dalle indagini presentate oggi dall’ Istituto superiore di sanità, è rappresentata dalle sigarette di nuova generazione, come quelle elettroniche o a tabacco riscaldato, che costituiscono la porta di ingresso che introduce i giovani al fumo. Gli ultimi numeri ufficiali registrano in Italia una abnorme crescita nel numero di fumatori che ricorre a dispositivi elettronici, che passano dallo 0,4% del 2014 al 3,3% del 2023, e tra i giovani dai 14 ai 17 anni raddoppia in un solo anno il policonsumo, ossia l’utilizzo contemporaneo di sigarette tradizionali, elettroniche e tabacco riscaldato. Come Sima chiediamo di rafforzare ed estendere gli interventi di contrasto sia attraverso una stretta alla pubblicità diretta e indiretta al fumo fatta attraverso i social network e che colpisce proprio i più giovani, sia mediante campagne di informazione dirette soprattutto ai minori circa i rischi sanitari connessi alle sigarette di nuova generazione, partendo dalle scuole per sensibilizzare i ragazzi sui danni provocati dal fumo”, conclude Miani.

ISS: un adulto su 4 in Italia è un fumatore

In Italia la maggioranza degli adulti tra i 18 e i 69 anni non fuma (59%) o ha smesso di fumare (17%), ma uno su 4 è fumatore (24%). E la percentuale cresce tra i giovani, di cui il 30,2% usa almeno un prodotto tra sigaretta tradizionale, tabacco riscaldato o e-cig. Sempre in questa fascia di età raddoppia il ‘policonsumo’, l’utilizzo contemporaneo di diversi prodotti. Lo indicano alcuni risultati di due diverse indagini dell’Istituto superiore di sanità, resi noti alla vigilia della Giornata mondiale senza tabacco, in calendario il 31 maggio. Le ricerche di riferimento sono per gli adulti la sorveglianza Passi del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute (Cnapps), per i giovani l’indagine sul consumo di tabacco e nicotina negli studenti nell’anno scolastico 2023-2024 del Centro nazionale dipendenze e doping dell’Iss. I risultati completi verranno illustrati domani, durante un convegno organizzato dal Centro nazionale dipendenze e doping insieme all’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri Irccs e alla Società italiana di tabaccologia.

“Negli ultimi 15 anni la percentuale di fumatori si è ridotta, ma troppo lentamente. Erano il 30% nel 2008, adesso si attestano al 24%”, evidenzia il presidente dell’Iss, Rocco Bellantone. “Questo processo – sottolinea – va accelerato puntando sulla prevenzione, che deve partire dalle scuole. Sono infatti proprio le scuole uno dei luoghi principali in cui costruire una socialità tra i bambini e ragazzi che punti a promuovere stili di vita sani, come l’abitudine a non fumare”. La riduzione dei fumatori registrata nell’ultimo quindicennio, indicano i dati, coinvolge tutte le fasce d’età e sia uomini che donne, ma con modalità e ritmi diversi. La quota di fumatori si riduce sia fra gli uomini che fra le donne, ma fra queste ultime la riduzione risulta più lenta e il risultato è che oggi le donne hanno in parte eroso il vantaggio che storicamente avevano sugli uomini. La riduzione dell’abitudine al fumo si riscontra in generale in tutte le fasce d’età, ma è sostenuta soprattutto dai gruppi più giovani. Tuttavia, se fra questi ultimi si riduce la quota di consumatori di sigarette tradizionali, va di contro aumentando la quota di consumatori, ‘duali’ o esclusivi, di altri prodotti del fumo (fra e-cig e tabacco riscaldato).

Studio: mangiare verdure riduce il rischio di cancro da eccesso di carne rossa

Mangiare un contorno a base di vegetali riduce il rischio di cancro dovuto ad un eccessivo consumo di carne rossa in circa un quarto dei casi. E’ questo il risultato di una ricerca dell’Irccs Saverio de Bellis di Castellana Grotte (Bari). La ricerca, con la dottoressa Rossella Donghia prima firmataria dell’articolo scientifico, è stata condotta su una popolazione di oltre 1600 soggetti. “Con le informazioni disponibili – riferisce il direttore scientifico dell’istituto pugliese specializzato in gastroenterologia Gianluigi Giannelli – è stato possibile concludere che il consumo di carne rossa oltre i limiti raccomandati raddoppia il rischio di morte da tumore. Questi dati sono in perfetta sintonia con le raccomandazioni della dieta mediterranea che limita il consumo di proteine provenienti da carne rossa e/o processata per preferire quelle provenienti da carni bianche, pesce o legumi”. Fino ad oggi non vi erano dati disponibili nella popolazione pugliese e la vera novità è data dal fatto che, accompagnando la carne rossa con un contorno di vegetali, il rischio di morte dovuto a cancro diminuisce. “Una piccola porzione, 30 grammi al giorno, di vegetali a foglia larga – aggiunge Giannelli – è sufficiente per ottenere questo straordinario risultato anche in chi esagera con la carne rossa, probabilmente per un effetto protettivo giocato da antiossidanti e fibre presenti nei vegetali sul microbiota intestinale, tali da contrastare quelli verosimilmente dovuti ad una eccessiva presenza di sangue nella carne rossa”.